Verso il divieto di commercializzare pellicce: la tutela del consumatore

Può essere difficile individuare gli inserti in pelliccia utilizzati per abbellire capi di abbigliamento e accessori, anche perché non sempre sono indicati in etichetta.
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Angela Maria Panzini

Angela Maria Panzini

Studentessa di giurisprudenza presso l’Università La Sapienza di Roma. Sin da piccola ha avuto il desiderio di aiutare gli animali a conquistare i diritti che da sempre sono loro negati.
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Sono passati due mesi dal lancio di “Fur Free Europe”, una raccolta di firme certificate, registrata ufficialmente dalla Commissione europea nell’ambito delle norme sulla partecipazione democratica all’interno dell’UE, attraverso la quale i cittadini europei avanzano una duplice richiesta: il divieto di produzione e di commercializzazione di pellicce in Europa.

La richiesta infatti non è solo quella di mettere al bando in tutti i 27 paesi dell’Unione Europea la detenzione e l’abbattimento di animali allo scopo esclusivo o principale di produrre pellicce, ma anche arrivare a vietare l’immissione nel mercato unico di tutti quei prodotti che possano contenerla.

Le pellicce infatti non vengono utilizzate esclusivamente per la produzione di costosi capi d’abbigliamento. Un problema sottaciuto è l’utilizzo di vera pelliccia per abbellire capi di abbigliamento o accessori. Talvolta ne risulta difficile l’individuazione, in quanto la presenza di inserti in pelliccia non è sempre indicata in etichetta.

Esempio classico è la pelliccia utilizzata intorno ai cappucci dei cappotti, nei pon pon dei cappelli invernali così come nei più svariati accessori come pendenti e portachiavi, oppure sui guanti o ancore nel rivestimento interno di alcune tipologie di scarpe. La problematica è acuita dalla difficoltà di comprendere se la pelliccia impiegata sia vera o sintetica, a causa del fatto che il prezzo non fornisce una valida indicazione a riguardo, trattandosi di un impiego minimo e accessorio della pelliccia che, rispetto a quanto accade per un cappotto interamente costituito da prodotti di origine animale, non incide significativamente sul prezzo.

Sebbene prodotti contenenti pelliccia di cane o di gatto siano già vietati all’interno dell’Unione, lo stesso non vale per gli animali tradizionalmente utilizzati a tale scopo, come cani procione, cincillà, volpi e visoni. Tipicamente sono proprio le produzioni derivate da questi animali ad essere utilizzate nelle produzioni a basso costo, al fine di conferire ai prodotti un aspetto di alta qualità. La difficoltà nella quale si imbatte il consumatore quando voglia determinare le proprie decisioni di acquisto e scegliere prodotti animal friendly sono la ragione per cui un bando sulla circolazione di questi prodotti è necessario.

La moda cruelty free

Sono sempre di più le aziende di alta moda che si sono impegnate a cessare l’utilizzo di prodotti da pelliccia nelle proprie collezioni. A fare da apripista è stato Armani che ha deciso di interrompere l’utilizzo a partire dalla collezione 2016/2017, ma anche Gucci, Versace, Michael Kors, Chanel, Prada e Valentino, il quale ha annunciato la chiusura della propria azienda di pellicce a partire dal 2022. Alla base di questa scelta c’è stata la volontà di rendere la moda al passo coi tempi, approfittando dello sviluppo delle nuove tecnologie che consentono l’utilizzo di prodotti alternativi sostenibili ed etici. Solo pochi mesi fa anche Dolce e Gabbana si è aggiunta alla lista delle aziende che hanno detto addio all’uso di prodotti da pelliccia, cercando di accompagnare il lavoro dei pellicciai in un percorso di transizione verso la realizzazione di prodotti alternativi, riuscendo, così, a rinunciare ad una pratica crudele e consentendo ai pellicciai di adattare il proprio lavoro ai principi etici permeati dalla società.

Diffidare delle certificazioni

Se da una parte il mondo della moda procede nella direzione che vede il benessere animale e la sostenibilità al primo posto, non mancano i tentativi da parte della International Fur Federation di convincere i consumatori dell’esistenza di pellicce sostenibili, in grado di garantire il benessere animale. A tale scopo è stato creato Furmark, un programma di certificazione lanciato nel 2021 che vanta il rispetto di standard elevatissimi di benessere animale e di sostenibilità ambientale. L’obiettivo è quello di fornire un’elevata tracciabilità del prodotto, per consentire al consumatore di comprendere nel dettaglio secondo quali metodologie sia stato realizzato il capo d’abbigliamento.

A ben vedere, non esistono tuttavia documenti accessibili relativi ai presunti standard di benessere che verrebbero certificati, come neppure un elenco delle certificazioni concesse. Da un’analisi delle informazioni reperibili online non è dato sapere quali controlli vengano effettuati, se questi siano o meno preventivamente annunciati, se vi siano programmi indirizzati a risolvere le mancate conformità ai requisiti di certificazione, e neppure se esistano soglie percentuali minime in base alle quali concedere la certificazione in proporzione al quantitativo di prodotto certificabile sul totale di quello impiegato. Manca quindi una garanzia di trasparenza che verrebbe resa possibile ad esempio da una facile accessibilità ai requisiti richiesti per la certificazione o alle aziende certificate.

Sulla stessa scia è nato il programma di valutazione del benessere animale Welfur, sviluppato da scienziati indipendenti di sette differenti Università europee. Tale programma si ispira allo schema di qualità del benessere previsto dalla Commissione Europea per suini, bovini e pollame, ispirato alle 5 libertà fondamentali secondo 4 principi: buona nutrizione, buona salute, buon riparo e adeguato comportamento secondo standard naturali. Nonostante queste premesse, tuttavia, non sussistono miglioramenti concreti relativi al trattamento e alle condizioni di vita degli animali da pelliccia. Ad esempio, un grande indicatore dello scarso livello di benessere in cui vertono questi animali è dato dal sistema di allevamento in gabbia certificato da Welfur, elemento che si rende intrinsecamente incompatibile con alti livelli di tutela del benessere animale. L’apposizione di certificazioni derivanti dal rispetto di standard di benessere animale ai quali non corrispondano garanzie di trasparenza rischia di indurre i consumatori a credere che quella pelliccia sia stata prodotta in modo diverso da quella non certificata.

Le pellicce: un residuo del passato

Sono molteplici i motivi che spingono i cittadini europei ad osteggiare la produzione di pellicce: considerazioni etiche, essendo inaccettabili le modalità di produzione, che comportano la detenzione e l’abbattimento degli animali per fini considerati totalmente futili; considerazioni ambientali, basti pensare al significativo impatto del visone americano sulla fauna selvatica autoctona europea e all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche che la concia e la lavorazione della pelliccia comportano, portando l’industria delle pellicce tra le prime cinque industrie a più alta densità di inquinamento; ma anche considerazioni sanitarie di cui grande esempio ci è stato fornito dai numerosi focolai di Sars-Cov-19 che si sono diffusi negli allevamenti di visoni.

Una produzione crudele, insostenibile e arcaica, che già diversi Stati membri – tra cui l’Italia – hanno vietato: questo, in sintesi, il sentimento che spinge i cittadini europei a richiedere un intervento tempestivo da parte delle Istituzioni europee per consegnare questa pratica alla storia.

Aiutaci a dire basta!

L’iniziativa dei cittadini europei costituisce uno strumento rilevante per mettere fine alla produzione e commercializzazione di pellicce nel mondo. È per queste ragioni che è fondamentale dare il proprio contributo attraverso una firma certificata, cosicché la Commissione Europea sia costretta ad intervenire per vietare non solo la detenzione e l’abbattimento di animali allo scopo di produrre prodotti da pelliccia ma anche l’immissione sul mercato europeo delle pellicce stesse e dei prodotti che la contengono.

Vietare il commercio di pellicce nell’Unione Europea consentirebbe di creare un modello unico al mondo e di avere un impatto rilevante anche in termini di commercio internazionale. La Cina ad esempio, il più importante produttore mondiale di pellicce, vede la sua produzione in costante calo da anni. Considerato che l’Europa costituisce un bacino di esportazione importante per le produzioni di pelliccia cinesi, un divieto di commercializzazione di prodotti da pelliccia nell’Unione europea avrebbe conseguenze dirette sulla stessa industria cinese. Non è la localizzazione geografica degli allevamenti da pelliccia a offrire maggiori o minori garanzie in termini di tutela del benessere animale. Il sistema di allevamento in gabbia a rete metallica è simile in tutto il mondo e comporta gli stessi identici problemi connessi alla mancata tutela del benessere animale.

Ti bastano pochi secondi per firmare e aiutarci a mettere fine all’era delle pellicce in Europa! Tieni con te un documento di identità: è necessario per certificare la firma.

Se hai dei dubbi, segui il nostro tutorial

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