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La dichiarazione di Cambridge sulla coscienza

C’è da esultare per l’inserimento degli animali nella Costituzione. Ma già 10 anni avevamo la Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza.
Annalisa Di Mauro

Annalisa Di Mauro

Consulente etico-filosofico, perfezionato in Bioetica, con specifica expertise in Veterinary Ethics e Animal Welfare Ethics. Docente di Bioetica Animale, svolge attività di formazione e consulenza.

La tutela del benessere animale è una questione fondamentale per la società civile.

La riflessione bioetica, in continua maturazione ed evoluzione, influenza le normative nazionali e comunitarie che oggi non possono ignorare il riconoscimento degli animali come esseri senzienti.

Tale riflessione si nutre anche dei riscontri scientifici derivanti dagli studi sulla capacità degli animali di percepire, rappresentare e memorizzare gli attributi qualitativi degli stimoli ambientali, così come la dimostrazione dell’esistenza di strutture e processi centrali di regolazione e controllo della componente emotiva delle sensazioni, che non permettono di ignorare ulteriormente l’integrità e la dignità animale.

Gli animali, ognuno per ciò che consente la propria specie, hanno capacità cognitive tali da trarre esperienza dal proprio vissuto adattandosi all’ambiente o adattando l’ambiente a quella che per loro è la
condizione più favorevole.

La “senzienza”, intesa come capacità di sentire, percepire o essere coscienti, di sperimentare la soggettività, conduce ad una responsabilità maggiore per l’uomo, che deve garantire una buona qualità della vita e il trattamento eticamente accettabile degli animali.

Sembrerebbe giunto, allora, il momento di condividere all’unanimità la convinzione che gli animali siano senzienti, poiché che è chiaro cosa vogliono e di cosa hanno bisogno; tuttavia, ancora c’è da esultare per
l’inserimento degli animali nella Costituzione degli Stati e per ogni piccolo passo volto ad aiutare gli altri animali a vivere in un mondo dominato dall’uomo.

Eppure, il grosso sembrava essere stato fatto poco più di 10 anni fa, il 7 luglio 2012 alla Cambridge University, quando è stato sottoscritto, da un accreditato gruppo di scienziati appartenenti a diverse aree delle neuroscienze, un documento, la Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza, nata dalla volontà di rivalutare le nozioni neurobiologiche alla base dell’esperienza di tipo cosciente e dei comportamenti che ne conseguono, sia negli esseri umani che negli animali non umani.

Il documento è stato scritto da Philip Low e curato, oltre che da lui, da Jaak Panksepp, Diana Reiss, David Edelman, Bruno Van Swinderen e Christof Koch. Dopo aver respinto l’idea che la coscienza sia limitata alle strutture corticali, gli studi hanno fatto emergere che, oltre all’uomo, anche in altri mammiferi, negli uccelli e in altre specie filogeneticamente molto distanti dalla nostra specie si possiedono i substrati neurologici responsabili di tale stato.

Pure le emozioni non sono legate ad una particolare struttura cerebrale, come la nostra corteccia. Gli scienziati, infatti, hanno individuato diverse regioni neuronali che vengono attivate quando ci si emoziona, identificando tali strutture con le stesse responsabili dei comportamenti emozionali degli animali.

In principio, non si credeva che gli animali avessero una coscienza perché si era sempre pensato che la fonte di questa facoltà risiedesse solo ed esclusivamente nelle aree corticali superiori, quindi solo in quelle umane.

La verità è che anche le strutture subcorticali possono causare coscienza e gli animali sono in possesso di queste strutture funzionali.

È stato allora necessario affermare con forza, in quel momento, qualcosa che chiunque abbia avuto a che fare con un animale abbastanza a lungo potrebbe testimoniare.

L’essere umano fatica a riconoscere la coscienza animale perché significherebbe sollevare un problema morale con il quale si confronta da sempre. Ancora non si è pienamente consapevoli che la biocultura, ovvero l’insieme di istituzioni, pratiche sociali e attività organizzate in cui gli uomini si servono di animali per realizzare proprie finalità, utilizzandoli sistematicamente a proprio vantaggio, necessita di un’etica che ne delimiti i confini.

Dalla Dichiarazione di Cambridge emerge l’obbligo morale da parte dell’uomo nel riflettere sul senso dell’utilizzo che facciamo degli animali poiché, pur essendo palese che certe libertà alle quali la nostra specie non rinuncia sono irrispettose degli altri esseri, la ricerca rimane lo strumento principale per aumentare le conoscenze, ricordandoci che il rispetto nei confronti degli altri è direttamente proporzionale alla nostra responsabilità nell’influire sulle condizioni di vita (e di morte) altrui.

Partendo da questa consapevolezza, uno dei punti fondamentali su cui riflettere in merito alla Dichiarazione di Cambridge è se gli esseri viventi sono tutti coscienti allo stesso livello.

Negli ultimi anni, i dibattiti sulla coscienza animale sono passati dalla questione se qualche animale non umano sia consapevole, alla domanda su quali animali siano consapevoli e quale forma prendono le loro esperienze coscienti. Nel loro elenco, i firmatari della Dichiarazione hanno incluso mammiferi, uccelli, invertebrati, insetti; tuttavia, possiamo affermare che tutti gli esseri viventi sono coscienti allo stesso livello?

In realtà, non tutti gli esseri umani sono coscienti allo stesso modo: ci sono diversi livelli di coscienza tra gli stessi esseri umani, così come tra le altre specie viventi. Tutti gli animali, anche quelli meno evoluti e con un sistema nervoso centrale molto primitivo, possono sperimentare stati di coscienza, ma il punto centrale è che possono sentirlo e persino manifestarlo solo in base alle loro caratteristiche specie-specifiche. Portando ad esempio un animale conosciuto dai più come il cane, mammifero con definite caratteristiche anche condizionate da una lunga storia di domesticazione, rifletteremo sul fatto che può vivere uno stato di coscienza tipico della propria specie, non di un altro animale.

Ciò significa che, nonostante la continuità evolutiva tra le specie, occorre specificare ogni volta quale cervello si sta considerando, evitando di inserire tutte le esperienze in una stessa categoria. Questa riflessione va tenuta in debita considerazione, anche per evitare antropomorfizzazioni (e strumentalizzazioni) tanto dannose e irrispettose della dignità animale quanto la reificazione. In tal senso, se cercassimo di dare un senso alla varietà nel regno animale utilizzando un’unica scala, classificando le specie come “più consapevoli” o “meno consapevoli” sulla base di un unico criterio, cercando di omologarle, trascureremmo inevitabilmente importanti altre dimensioni.

È necessario, invece, un quadro multidimensionale che consenta agli stati di coscienza degli animali di variare continuamente lungo molte dimensioni diverse, in modo che una specie abbia il proprio profilo di coscienza distintivo.

La ricerca sulla coscienza animale dovrebbe adottare un approccio multidimensionale, non un approccio a scala singola, quando si pensa alla variazione nel regno animale.

Alcuni studiosi (J. Birch, A. K. Schnell, N. S. Clayton) si sono soffermati ad esempio su diversi elementi, tra i quali la memoria e la capacità di percezione e valutazione.

In conclusione, gli esseri umani hanno con difficoltà messo in discussione il fatto di essere gli unici a possedere una coscienza.

È risultato più facile, quasi, confondere coscienza con anima e cuore, concedendoli “generosamente” agli animali, cadendo a volte nel tranello subdolo dell’antropomorfizzazione.

L’anima, però, è un concetto legato alla spiritualità, mentre il cuore è un muscolo del nostro corpo che non ha sentimenti, poiché essi maturano dal cervello. È forse più utile insistere sul fatto che gli animali, invece, hanno coscienza e che ciò è stato loro riconosciuto anche scientificamente, a supporto di quanto è stato affermato da sempre su altri piani, in particolare quello filosofico.

Guardando con spirito critico, vigilando costantemente sulla congruità dell’applicazione dei principi che affermano, quindi, ben vengano il Trattato di Lisbona, la Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza, la tutela costituzionale degli animali e tutto il resto.

Ma perché non resti lettera morta, serve la consapevolezza che dall’attribuzione di una coscienza e di un valore morale agli animali non umani derivano inevitabili ripercussioni etiche e sociali che ci costringono a ridefinire il concetto di soggetto dotato di interessi e diritti. Se, da un lato, riconoscere ad un animale la senzienza, la coscienza, la consapevolezza, è la conferma di ciò che istintivamente abbiamo da tempo immemore percepito e quotidianamente sperimentato, dall’altro tale conferimento ci obbliga ad una riflessione più profonda rispetto a quanto siamo disposti a cambiare nel modo in cui consideriamo e trattiamo questi esseri. Se da tutti questi proclami poco ne deriva, anche nel medio/lungo periodo, ci troveremo di fronte a semplice esercizio del pensiero.

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