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    Il veganismo etico e il grande calderone concettuale

    La naturale conseguenza del riconoscimento agli animali di diritti soggettivi è l’adozione di uno stile di vita vegano.

    Difatti, mentre il “benessere animale” è un concetto che lascia ampio margine all’impiego degli animali a scopo alimentare, ritenere gli stessi titolari di un diritto alla vita, alla libertà e ad un’esistenza compatibile con le proprie caratteristiche etologiche esclude, a rigor di logica e di morale, qualunque forma di sfruttamento e di strumentalizzazione di esseri senzienti.

    Per quanto si possano migliorare le condizioni degli animali negli allevamenti, mediante norme declinate secondo il comune denominatore del benessere animale, ogni allevamento, intensivo o estensivo che sia, è a tutti gli effetti un luogo deputato alla trasformazione di “qualcuno” in “qualcosa”, di esseri senzienti in prodotti destinati a soddisfare bisogni e interessi umani.

    Aderire al veganismo significa negare la funzione strumentale degli animali, riconoscerli come soggetti di una vita e non soltanto esseri diversi dalle cose e per questo meritevoli di un trattamento compassionevole.

    Mentre il vegetarianesimo ha origini molto antiche, il veganismo nasce intorno alle metà del 1900 come evoluzione del primo, dall’ulteriore presa di consapevolezza che la filiera del latte e delle uova, per come è oggi strutturata, non generi meno sofferenza di quella della carne.

    Ed invero, le tecniche di produzione utilizzate nell’industria lattiero-ovo-casearia rendono il consumo di latte, formaggi e uova eticamente insostenibile quanto quello della carne.

    Mentre quella vegetariana è una scelta prettamente alimentare che consiste nell’escludere la carne di ogni animale dalla propria dieta, il veganismo, pur nascendo anch’esso come scelta alimentare, è diventato nel tempo un vero e proprio stile di vita che si estende anche alla cosmesi, all’abbigliamento e ad ogni abitudine quotidiana.

    Alcuni dati: sono tanti i cittadini europei ad aver scelto un’alimentazione vegetariana e vegana, ma, come rilevato dalla European Vegetarian Union, non esistono ancora delle stime ufficiali e affidabili sul punto. In ogni caso, si tratta di percentuali non irrilevanti, alle quali corrisponde una domanda sempre crescente di prodotti alternativi a quelli di derivazione animale.

    È molto interessante, seppur non recentissima, un’indagine condotta nel 2013 su un campione di 4.321 cittadini europei appartenenti all’Associazione Slow Food, un’associazione nata a tutela del cibo e delle tradizioni alimentari.

    Questo studio ha rilevato che il 7% del campione totale non consuma carne, con un valore che oscilla tra il 2% di Irlanda e Francia e il 16% nel Nord Europa.

    Quanto alle motivazioni ispiratrici della scelta vegetariana, potendo addurre più di una motivazione, il 60% degli intervistati ha dichiarato di non consumare carne per ragioni salutistiche, il 59% per ragioni di sostenibilità ambientale e il 34% per ragioni etiche.

    Solo l’1% ha addotto motivi religiosi.

    Confrontando i vari Paesi europei, è emerso inoltre che le ragioni etiche sono più sentite nel nord Europa, con il valore massimo del 71%, raggiungendo invece il valore più basso in Italia, con il 28%.

    La motivazione ambientale è invece omogenea nei diversi stati europei, con la sola eccezione della Spagna, dove è stata indicata dall’80% dei soci intervistati.

    Le motivazioni salutistiche assumono un ruolo di primo piano in Italia, seguita da Austria, Olanda e Germania.

    Passando ad un’analisi dei dati italiani, in base all’ ultimo rapporto Eurispes 2021, seguono un’alimentazione vegetale l’8,2% degli italiani.

    In particolare, il 5,8% afferma di seguire un’alimentazione vegetariana, mentre il 2,4% vegana. Dalla ricerca è emerso inoltre che a scegliere un’alimentazione vegetariana sono soprattutto le donne (6,9%), a fronte del 4,7% degli uomini.

    Un’opposta tendenza si registra invece con riguardo ai vegani, uomini per il 2,7% e donne per il 2%.


    Una scelta prima di tutto etica.

    Per quanto variegate possano essere le ragioni ispiratrici della scelta vegetariana e vegana, è utile rammentare che l’essenza originaria tanto del vegetarianesimo quanto del veganismo è rappresentata da motivazioni di natura etica.

    Se entrambi i concetti si spogliassero di tale caratterizzazione, ci si troverebbe di fronte all’assurdità di definire vegano un uomo che si nutre di sole verdure e ortaggi ma sevizia brutalmente animali nella propria abitazione. Sin dalle sue prime espressioni, risalenti alla cultura greca in occidente e ad antiche filosofie e religioni orientali, il vegetarianesimo è stato sorretto da principi di natura etica. Discorso analogo può farsi per il veganismo, il quale, come accennato, nasce e si sviluppa come evoluzione del vegetarianesimo.

    Furono Donald Watson ed Elsie Shrigley a coniare il termine “vegan”, nel 1944, quando fondarono a Londra la Vegan Society.

    Watson presentava il veganismo come uno stile di vita non violento e che si schierava contro ogni forma di sfruttamento e sofferenza animale. Nei suoi scritti, infatti, tra le motivazioni ispiratrici della scelta vegana, Watson citava anzitutto il rispetto della vita animale e la volontà di liberare loro dalla sofferenza, e solo successivamente il rispetto dell’ambiente e la salute.

    È importante sottolineare la derivazione anzitutto etica della scelta di non nutrirsi di animali al fine di una corretta caratterizzazione dei concetti “vegetariano” e “vegano”, ancora troppo spesso confusi con “biologico”, “salutistico” o “gluten free”.

    E se è vero che molti alimenti vegani sono anche alimenti salutistici, è parimenti vero che molti altri rientrano invece a pieno titolo nella categoria del junk food.

    Si pensi alle patatine fritte, a molte salse vegan, tutt’altro che ipocaloriche, o ai numerosi burger vegetali che si trovano in commercio.

    Questo grande calderone concettuale, oltre a generare confusione, penalizza fortemente il messaggio animalista, rendendolo vago, poco specifico e di conseguenza poco comprensibile a chi non sia disposto ad approfondire la questione.


    Il proprio meglio

    Come ogni principio, etico o giuridico che sia, anche quello del rispetto verso tutti gli animali è suscettibile di graduazione ed è sempre perfettibile nella sua attuazione.

    Se, dunque, un vegetariano aderisce ad uno stile di vita animal free solo in parte, dal momento che, pur rinunciando alla carne, continua a consumare prodotti di origine animale, un vegano che rinuncia a qualsiasi prodotto alimentare di origine animale ma indossa maglioni di lana vi aderisce ben di più, ma mai quanto quel vegano che rinunci ad ogni prodotto ed abitudine che presupponga la sofferenza animale.

    Ciò a voler dire che esiste sempre una scelta più etica di un’altra e che a nulla vale ritenersi superiori e puntare il dito contro gli altri.

    Ciò che si può fare, se si è dalla parte degli animali, è orientare la propria vita il più eticamente possibile, accogliendo un principio di rispetto che sia il più includente possibile e facendo, nell’ambito delle proprie possibilità, il proprio meglio, ogni giorno un po’ di più.

    Elisabetta Montinaro
    Dottoressa in giurisprudenza con una tesi in diritto dell'ambiente dal titolo “Il benessere animale come valore giuridico tra diritto nazionale e diritto euro-unitario”. Praticante avvocato presso uno studio di diritto amministrativo; da sempre sostenitrice della causa animalista. Crede fermamente nelle potenzialità del cambiamento individuale e dell'esempio virtuoso ed è convinta che il primo passo per cambiare il mondo sia cambiare sé stessi.

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