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    COP26 Glasgow: obiettivi e soluzioni per la lotta al cambiamento climatico

    Dal primo novembre al 13 novembre 2021 si è svolta a Glasgow la 26th Conference of the Parties of the United Nations Framework Convention on Climate (UNFCC o Accordi di Rio del 1992), nota anche come COP26.

    Essa si inserisce nello schema inaugurato dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite 1992, che ha obbligato (seppur in modo non vincolante) 154 Stati alla stabilizzazione e alla riduzione delle emissioni di gas per prevenire interferenze pericolose con il sistema climatico, e approfondito, di recente, dagli Accordi di Parigi del 2015, che hanno prospettato un quadro comune per la riduzione dei gas e per un progetto finanziario atto ad investire, a partire dal 2020, sulla preservazione dell’ambiente e su energie alternative.

    L’obiettivo prospettato dalla COP26 – e tanto atteso dai governi nazionali – era la delineazione di strategie e linee-guida comuni agli Stati per la prevenzione e la riduzione degli impatti negativi derivanti dal cambiamento climatico, con il riconoscimento dell’importanza di soggetti provenienti dalla società civile per la tematica ambientale (e.g.: donne, giovani e indigeni, i veri volti che continuano a rappresentare la svolta ambientale e a sostenere un intervento per la tutela della natura).

    Tuttavia, a scapito della grave crisi climatica che il mondo sta vivendo, l’impressione finale è che le soluzioni avanzate dalla COP26 siano inferiori rispetto agli obiettivi proposti e che l’emergenza climatica sia stata affrontata con poca urgenza e chiarezza espositiva, ma con parecchi freni a livello economico.

    Infatti, per una lotta al cambiamento climatico, la COP26 avrebbe dovuto proporre una riduzione massiva delle emissioni di CO 2 entro il 2030, fino ad arrivare al loro totale azzeramento entro il 2050, in modo da limitare da subito l’aumento della temperatura globale di 1,5°C/2°C. Tale obiettivo a lungo termine sarebbe stato raggiunto sia investendo sulla ricerca scientifica, anche in campo ecologico, sia accelerando l’eliminazione dei combustibili fossili e del carbone e considerando nuove forme alternative di energia “pulita”, sostenibile e rinnovabile, che ogni Stato dovrebbe impegnarsi a finanziare.

    Per raggiungere l’azzeramento delle emissioni, tutti gli Stati si sarebbero dovuti impegnare ad una corretta salvaguardia dell’ecosistema, inclusiva della protezione degli habitat naturali, alla tutela delle comunità che vi abitano in relazione armoniosa e olistica con la natura, alla riduzione della deforestazione con previsione di piani di ripristino dello status quo ante, alla costruzione di difese, sistemi di allerta, agricolture e infrastrutture in linea con l’ecosostenibilità e alla transizione verso veicoli elettrici e non inquinanti.

    Uno degli obiettivi proposti dalla COP26, inoltre, riguardava la cooperazione di tutti gli Stati partecipanti per implementare le regole dettagliate fissate dall’Accordo di Parigi, rendendolo operativo sia relativamente alle soluzioni di mitigazione degli effetti sul clima sia con riguardo all’integrazione di un sistema sanzionatorio in caso di violazione e/o di danno verso l’ambiente e di misure concrete a livello economico per ottemperare correttamente ai principi previsti dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite.

    Infine, tra gli obiettivi comuni rientrava un Fondo per azioni comuni per affrontare la crisi climatica, che, finanziato in prevalenza dai paesi più ricchi con il supporto di banche multilaterali per lo sviluppo ambientale, avrebbe dovuto mobilitare 100 miliardi l’anno entro il 2033 in soccorso dei paesi in via di sviluppo che soffrono maggiormente gli effetti negativi dovuti al cambiamento climatico.

    Gli obiettivi sono stati in parte disattesi a causa del mancato accordo di alcuni Stati (su tutti: India, Cina, Russia, ma anche Stati Uniti) su taluni aspetti della transizione ecologica per privilegiare l’efficienza industriale ed economica.

    Le soluzioni delineate dalla COP26 hanno incluso la riduzione delle emissioni da CO2, ma solo fino al 45% entro il 2030 (la stessa Unione Europea da sola si è impegnata a ridurre le emissioni almeno del 55% entro il 2030), senza prevedere alcun azzeramento di esse.

    A tal proposito, diversi Stati hanno rilevato come alcune emissioni siano efficienti, in una valutazione prettamente economica di costi e benefici, per la crescita economica mondiale.

    Pertanto, non è possibile procedere alla loro riduzione o, peggio, alla loro eliminazione, introducendo una quota di carbone e di fossili definita dai documenti finali della COP26 “unabated”.

    Questa valutazione, però, risulta piuttosto critica, in quanto è problematico proprio il concetto di “efficienza” su cui si dovrebbe basare questa quota intoccabile di fossili utilizzabile da parte dell’industria.

    Peraltro, ciò frena la corretta introduzione di energia alternativa e rinnovabile in sostituzione dei combustibili fossili. Un freno è stato posto anche sul Fondo per le azioni comuni di prevenzione della crisi climatica, in quanto i finanziamenti che dovrebbero arrivare dai paesi più ricchi saranno disponibili non entro il 2033, come inizialmente prospettato, ma solo a partire dal 2033.

    Peraltro, non esiste ancora alcuno stanziamento/accantonamento economico a favore dei paesi più poveri, ma più colpiti dal cambiamento climatico. Inoltre, non è stato sancito alcun diritto al risarcimento per i paesi che hanno subito i danni maggiori dal cambiamento climatico, né un sistema sanzionatorio o misure concrete anche a livello economico per ottemperare correttamente ai principi dell’Accordo di Parigi, che, dunque, risulta ancora non esecutivo, prevedendo un obbligo non vincolante per gli Stati parti.

    Non è stato fissato alcun controllo sugli accordi firmati dalle parti relativamente alla salvaguardia dell’ambiente e alla prevenzione del cambiamento climatico, che, pertanto, rimangono ancora meramente programmatici, senza alcuna obbligatorietà o monitoraggio del loro rispetto.

    Ciò compromette gravemente l’obiettivo comune che si era inizialmente prefissa la COP26 relativamente all’individuazione di strategie comuni che prevedessero una cooperazione e una sinergia tra governi, imprese e società civile per affrontare e prevenire i danni da cambiamento climatico.

    Nulla è stato disciplinato sui crediti sulle emissioni, ovvero su quel risarcimento economico previsto in favore degli Stati che assorbono il plus da inquinamento, in caso di sforamento della quota limite di emissioni da parte di uno Stato: nonostante le promesse fatte inizialmente verso i mercati in via di sviluppo, non è stata inserita la trattenuta sulle transazioni che dovrebbero sostenerli.

    È rimasto intatto l’obbligo per tutti gli Stati parti del UNFCC di fornire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite piani quinquennali sulla gestione e la prevenzione dell’emergenza climatica. Si attendono soluzioni più decisive dal prossimo COP27, che si terrà a Sharm-el-Sheikh nel 2022.

    Laura Alessandra Nocera
    Dottore di Ricerca in Diritto e Scienze Umane, dal 2018 è ricercatrice Post-Doc presso il Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-Politici dell'Università degli Studi di Milano dove si occupa di Diritto Costituzionale Comparato, di Storia e Istituzioni delle Americhe e di Diritti dei Popoli Indigeni. Collabora anche con la cattedra di Diritto Costituzionale Comparato presso l'Università degli Studi di Trieste. Autrice dei libri "Diritto dei colonizzatori e diritto indigeno nella storia latino-americana" e "I popoli indigeni e la proprietà comunitaria delle terre ancestrali in America latina. Uno studio di diritto comparato" e di diversi saggi.

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