Da COP17 progressi nella tutela internazionale delle specie a rischio

Si sono conclusi il 4 ottobre a Johannesburg, Sudafrica, i lavori della COP17, la 17a conferenza dei 183 Paesi aderenti alla CITES (Convention on International Trade in Endangered Species), la Convenzione Internazionale per il Commercio delle Specie a rischio, comunemente nota come Convenzione di Washington. Gli Stati membri si riuniscono ogni tre anni per aggiornare le tre Appendici della Convenzione, che elencano le specie minacciate secondo un grado decrescente di protezione: la I contiene le specie più in pericolo, per le quali viene stabilito il divieto totale di commercio; alla II appartengono le specie il cui commercio è regolato per evitare eccessivi sfruttamenti incompatibili con la loro sopravvivenza; alla III le specie protette dai singoli Stati, per regolare le esportazioni dai loro territori.

Secondo i resoconti ufficiali, questo summit ha soddisfatto l’aspettativa di essere l’incontro più importante nei 43 anni di storia della Convenzione e sarà dunque ricordato come un punto di svolta per la protezione della fauna selvatica più vulnerabile del mondo. Non a caso, è stato il più grande, nei 43 anni di storia della CITES, sia per numero di partecipanti (2.700 delegati) che per i problemi messi in discussione: i Paesi aderenti hanno adottato 51 delle 62 proposte per cambiare lo status di quasi 500 specie di animali e piante selvatiche nelle Appendici CITES, 39 risoluzioni e 312 decisioni. E, addirittura, COP17 ha raggiunto questi risultati in tempo record, finendo un giorno prima del previsto, cosa che accade per la prima volta in assoluto.

Stenderne un bilancio in poche righe è difficile, ma un dato è certo: le buone notizie sono molte di più di quelle cattive e le risoluzioni arrivano nel bel mezzo di un drammatico aumento del bracconaggio e del commercio illegale della fauna selvatica.

Innanzitutto, questa è la prima volta che un organismo delle Nazioni Unite approva l’urgenza di chiudere davvero tutto il mercato mondiale d’avorio, anziché regolamentarlo: è stata infatti approvata una risoluzione che raccomanda la chiusura dei mercati nazionali di avorio, visto che proprio i mercati legali hanno contribuito al bracconaggio e al commercio illegale in quanto sono serviti come copertura per riciclare l’avorio illegale e per perpetuare la domanda di mercato.

Nonostante il divieto di commerciare avorio sia stato imposto fin dal 1989, nell’ultimo decennio oltre il 60% degli elefanti africani di foresta è stato ucciso dai bracconieri e la specie è a serio rischio di estinzione.


È anche la prima volta che vengono assunte delle decisioni in materia di corruzione (che investe quasi ogni nodo della catena del commercio illegale di specie selvatiche colpendo i Paesi d’origine, di transito e di destinazione), criminalità informatica, tracciabilità, e riduzione della domanda per il commercio illegale di fauna selvatica: la tracciabilità è la chiave di volta per poter credere alle etichette commerciali che dichiarano “legale e sostenibile”.

A tutte le otto specie di pangolini, i mammiferi più trafficati nel mondo (sono coperti da squame di cheratina, e queste e altre parti del corpo vengono utilizzate nelle medicine e nei tonici in alcuni paesi asiatici e africani) è stata riconosciuta la massima protezione, inserendole in Appendice I.

La proposta dello Swaziland di consentire il commercio limitato di corno di rinoceronte, è stata invece respinta: avrebbe potuto avere conseguenze disastrose per le restanti popolazioni globali di rinoceronte, in quanto avrebbe legittimato il corno di rinoceronte come merce, incrementando la domanda nei paesi consumatori.

Altre grandi vittorie sono state le raccomandazioni di inserire gli squali seta, gli squali volpe (entrambi gravemente minacciati a causa del “finning”, il prelievo delle loro pinne) e le razze diavolo nell’appendice II della CITES. E sono state decise protezioni maggiori per bertucce, pappagalli cenerini, e molte specie di rettili e di anfibi.

Non sono però mancate anche le delusioni: è stato bloccato (in pratica dall’UE) il tentativo (proposto da nove Paesi africani) di dare massima protezione ai leoni selvatici mettendoli nell’Appendice I, nonostante essi si siano ridotti all’8% della loro numerosità storica: ne sono rimasti solo 20.000 allo stato brado e 1.500 l’anno vengono cacciati come trofei. Una pratica venuta alla ribalta delle cronache lo scorso anno con la vicenda del leone Cecil ucciso da un dentista americano. Per non dire del flusso commerciale di ossa verso l’Asia, dove la domanda è in crescita per sopperire alla carenza di tigri per il mercato della medicina tradizionale. È stato vietato solo il commercio di ossa, denti e artigli di leoni selvatici, mentre resta legale quello relativo agli animali allevati in cattività e l’export di trofei di caccia al leone. La decisione CITES inoltre non fermerà le pratiche crudeli di allevamento in cattività, come quelle del Sudafrica che offrono carne inscatolata dei leoni cacciati, cuccioli da accarezzare e passeggiate coi leoni.

Possiamo confidare che la loro tutela migliori nella prossima COP 18, in programma nel 2019 a Colombo (Sri Lanka). Dopo tutto, il progresso della legislazione internazionale a favore degli animali risente inevitabilmente della lentezza comune a tutti i negoziati tra tante parti contraenti ma si è dimostrato comunque costante e inarrestabile. La storia stessa della CITES ne è emblematica: erano 80 i Paesi che vi aderirono volontariamente quando fu istituita nel 1973, e oggi sono 183 (dal 20 ottobre, quando è entrata in vigore per l’ultimo membro, il Regno di Tonga).

Per chiudere il cerchio sul pacchetto di misure necessarie a contrastare davvero il bracconaggio e il commercio illegale di specie selvatiche, le decisioni prese a COP 17 saranno presto tradotte in legislazione, regolamentazione e pratiche operative, poiché CITES non è semplicemente un accordo a cui le “Parti” aderiscono volontariamente, ma è un trattato internazionale tra governi ed è giuridicamente vincolante, anche se, probabilmente, si dovrà sperare nella buona volontà degli Stati di prendere misure serie per tradurre le intenzioni in politiche concrete e in sanzioni ineludibili delle violazioni. I singoli Stati hanno il potere anche di fare di più, come ha fatto la Francia per i leoni: ha adottato una misura unilaterale di proibizione all’ingresso nel proprio territorio dei prodotti derivanti dall’uccisione dei leoni, per contrastare il fenomeno della caccia al trofeo in Africa, di cui Francia e Italia sono i maggiori protagonisti in UE.

Infine, le misure per arginare il commercio e la detenzione di specie selvatiche, per essere efficaci devono essere accompagnate da sforzi complementari per ridurre la domanda di prodotti illegali e per sensibilizzare e dare assistenza su questi temi alle forze coinvolte nelle COP e nei forum connessi: questo assegna un ruolo e una responsabilità anche alla società civile: per esempio, ci sono associazioni di cittadini che partecipano alla CITES offrendo briefing informativi ai delegati. A Johannesburg c’erano sia associazioni a difesa degli animali (Born Free Foundation, che partecipa sempre dal 1989, Animal Defenders International ecc.), sia associazioni di cacciatori che hanno difeso e promosso la caccia come strumento per la conservazione della fauna selvatica, come la FACE (Federazione Europea di Associazioni per la Caccia e conservazione), il Safari Club International e il Consiglio Internazionale della Caccia e conservazione della fauna selvatica (CIC). Quanto la caccia ai trofei sia funzionale alla conservazione dei leoni africani non sembra evidente, quanto margine d’azione ci sia per i cittadini di buona volontà, invece, è certo.

Dott. Federica Nin
Dott. Federica Nin
Psicologa con laurea anche in Filosofia, si interessa di psicologia della relazione uomo-animale e di questioni di bioetica. Al momento indirizza le sue ricerche verso la filosofia della scienza, in particolare alla questione del paradigma animale nella ricerca biomedica. Socia fondatrice e segretaria di O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale.

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