La caccia di frodo è animalicidio (544-bis c.p.)

Confermata la condanna a un cacciatore che aveva ucciso a coltellate il cinghiale investito – Commento a Cass. pen. 35536/17

Un uomo è stato condannato per il reato di uccisione di animali in concorso con il figlio minorenne. Fin qui, niente di nuovo.La peculiarità della vicenda consiste nel fatto che l’animale era un cinghiale e che, secondo la tesi difensiva, l’imputato avrebbe agito nell’esercizio dell’attività venatoria. La caccia, tuttavia, era vietata nel luogo dove si sono svolti i fatti perché ricadente nell’ambito di un Parco nazionale (di qui la contestazione di contravvenzioni ex legge venatoria). Inoltre, la morte era stata cagionata con modalità crudeli e insidiose: l’animale è stato abbagliato di notte, investito con un autoveicolo e finito con numerose coltellate (contestata l’uccisione senza necessità o con crudeltà ex art. 544 bis c.p.).

Personalmente oltre alla crudeltà, ci leggo vigliaccheria.

Un SUV insegue un branco di cinghiali nel Parco nazionale dell’Alta Murgia, marzo 2017. Fotogramma da un servizio TV trasmesso da TeleNorba.

Ad ogni modo, restando ai profili giuridici, i reati venatori contestati si sono prescritti mentre è stata pronunciata condanna per uccisione di animale, nonostante si tratti di un cinghiale e nonostante l’uccisione sia avvenuta in un contesto lato sensu venatorio. L’imputato ha contestato la sentenza di condanna, adducendo, tra l’altro, di essere stato morsicato dall’animale e, quindi, la sussistenza di uno stato di necessità, benché putativa.

Ecco un ridicolo tentativo di difesa. Un cinghiale abbagliato di notte e investito da un’automobile, poi aggredito con un coltello dovrebbe stare là a farsi ammazzare senza opporre resistenza. È un animale, e un animale reagisce come l’istinto suggerisce. È lo spirito di conservazione. È tentativo estremo di sfuggire alla morte. Al cacciatore poteva andare ben peggio di una condanna (qui gladio ferit gladio perit): l’unico ad averci rimesso la pelle è il cinghiale; certamente, se le cose fossero andate inversamente tra i due protagonisti, il cinghiale non avrebbe beneficiato di alcuna scriminante e si sarebbero levati i cori di condanna a morte. Senza appello. Questa la differenza tra uomo e animale: l’uomo è crudele volontariamente.

Foto: minds-eye / CC BY-NC-ND

In punto di diritto, i giudici respingono l’ipotesi della scriminante ricordando che lo stato di necessità postula che il soggetto agente non abbia, con il proprio comportamento, dato volontariamente causa alla situazione di imminente pericolo di danno grave alla persona propria o di altri. La Corte infatti evidenzia che l’imputato avrebbe dato causa alla situazione di pericolo indicata come possibile scriminante, avendo volontariamente investito con il proprio veicolo l’animale, pertanto, non avrebbe potuto beneficiare della invocata situazione.

Sul tema, per una rassegna, volendo, Gasparre, Diritti degli animali. Antologia di casi giudiziari oltre la lente dei mass media, Key editore.

Nella prossima pagina la sentenza per intero.

Annalisa Gasparre
Annalisa Gasparre
Avvocato, dottore di ricerca, vanta una decennale esperienza nel settore della tutela degli animali e dei soggetti deboli.

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