fbpx
Byrdyak/iStock

Cinghiali allevati per caccia: le battute di allenamento sono maltrattamento

La corte di cassazione torna sul concetto di "gravi sofferenze" ai fini della configurabilità del reato di cui all'art. 727 c.p.
Avv. Annalisa Gasparre

Avv. Annalisa Gasparre

Avvocato, dottore di ricerca, vanta una decennale esperienza nel settore della tutela degli animali e dei soggetti deboli.

Il tribunale di Ivrea ha condannato l’imputato perché, quale conduttore di un’azienda agricola, da solo o in concorso con ignoti, deteneva 20 cinghiali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze e, in particolare, in condizioni di stress dovuto al ripetuto inserimento nel medesimo recinto di cani in addestramento da seguita al cinghiale.

Davanti alla corte di cassazione si è lamentata l’assenza di una perizia e quindi l’assenza di prova delle gravi sofferenze inflitte agli animali. Si censurava, inoltre, che il tribunale di merito non aveva preso in esame il verbale di sopralluogo effettuato dai veterinari ASL, le cui risultanze davano atto che i cinghiali presenti nell’allevamento del ricorrente erano in buone condizioni di salute, nutrizione e detenzione.

Il giudice di merito ha accertato che l’imputato, quale gestore di un’azienda agricola ove allevava anche cinghiali, utilizzava una parte del suo terreno, debitamente recintato, per l’addestramento di cani alla caccia al cinghiale; in particolare, all’interno del predetto recinto venivano collocati diversi cinghiali che, inseguiti da molteplici cani in fase di addestramento (e dai loro padroni che li incitavano) fuggivano in tutte le direzioni “all’impazzata”, terrorizzati dagli inseguitori; i cinghiali erano così spaventati che, in alcune occasioni, per sfuggire agli inseguitori si infilavano in alcune aperture del recinto e confinavano nel fondo confinante; tali battute di caccia simulate si svolgevano, prevalentemente la mattina, da una a tre volte alla settimana e sempre alla presenza del gestore. Il giudice di merito ha quindi ritenuto che tali ripetuti addestramenti illeciti cagionavano terrore e sofferenze per i cinghiali, come evincibile dal comportamento di fuga irrazionale degli animali, sintomatico dell’evidente stato di sofferenza continuata.

La corte di cassazione precisa come, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, vada considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali. Pertanto, le “gravi sofferenze” non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, ma anche come meri patimenti. La corte aggiunge che «assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione».

In particolare, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 727 c.p., la detenzione di animali in condizioni produttive di gravi sofferenze consiste non solo in quella che può determinare un vero e proprio processo patologico nell’animale, ma anche in quella che produce meri patimenti. È stato, quindi, ritenuto integrato il reato in esame anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce, o le precarie condizioni di salute, di igiene e di, nonché dalla detenzione degli animali con modalità tali da arrecare loro gravi sofferenze.

Dal punto di vista soggettivo, si è chiarito che non è necessaria la volontà del soggetto agente di infierire sull’animale né che quest’ultimo riporti una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere in soli patimenti.

La sentenza merita di essere segnalata per un ulteriore profilo. L’imputato ha invocato l’applicabilità della scriminante dell’esercizio di un diritto. Tuttavia, la corte di cassazione ha affermato che, ai fini dell’applicabilità della suddetta scriminante, non è sufficiente che l’ordinamento attribuisca all’agente un diritto ma è necessario che ne consenta l’esercizio in funzione scriminante attraverso attività e modalità che permettano alla norma attributiva del diritto di prevalere sulla norma incriminatrice e ciò avviene quando non siano superati i limiti che, secondo la specifica disciplina ordinamentale di riferimento, sono o possono essere fissati ad ogni singolo diritto.

Non scrimina, dunque, il fatto che vi sia una norma che preveda l’addestramento di cani per la caccia perché tale norma prevede che l’addestramento avvenga in zone predeterminate ed in periodi prestabiliti, da individuarsi nei piani faunistico-venatori; la norma presuppone infatti che si tratti di un’attività, di per sé produttiva di sofferenze per gli animali, che, per essere legittima, deve essere attuata secondo modalità, tempi e periodi predeterminati; in altri termini, solo entro tali limiti puo ritenersi consentita.

L’esimente, pertanto, non ricorre nel caso in cui l’addestramento di cani per la caccia, pur essendo consentito a norma della L. n. 157 del 1992, si esplichi, come avvenuto nella specie, al di fuori della regolamentazione prevista dalla predetta legge.

Pubblichiamo, alla pagina seguente, il testo integrale della sentenza.

Altri articoli